Il progetto ideato da Laura Moro non è un semplice spettacolo di danza. Il movimento è solo una parte della profonda drammaturgia che è in essere, alla base di una performance che riflette l’essenza del contemporaneo su numerosi livelli di coscienza legati all’essere madre ai giorni d’oggi.

La voce di Laura Moro riecheggia nel grande spazio vuoto. Gocce di latte scendono incessanti. Cadono e giocciolano, senza fine. Negli schermi di svariate decadi e dimensioni, come un mantra si ripete sempre lo stesso leitmotiv: la tecnologia evolve, i “tempi cambiano” e attraversano culture, società, la storia stessa. Eppure nulla si modifica radicalmente. Non il latte, il nettare della madre. L’elemento essenziale che la natura fornisce alle prime fasi di vita è sempre il medesimo, così riconoscibile, così rassicurante. Eppure emerge un quesito, che a catena ne causa di altri, sempre più vorticosamente scomodi e esistenzialisti. Chi è oggi “la madre”, oltre all’essere vivente fornitore di siero di vita?.

Non è una questione di genere, ma di cura. Dal mondo animale alla dimensione umana, la madre compie il suo compito riproduttivo, ma nel contemporaneo convive con una sorta di silente svalutazione, mutando il suo ruolo di custode della vita, in essere banalmente “femmina”.
Il suo dono ancestrale diventa inspiegabilmente simbolo dell’involuzione sociale, che costringe la mater a scardinarsi dal dolce ritmo di Madre Natura, per diventare un involucro di carne, ossa e utero da sfruttare, senza più alcuna libertà e rispetto. Una machina.
E mentre lo spettatore ascolta e osserva il loop, Laura Moro si affaccia. Sopra la rampa di scale del C32 a Forte Marghera, silenziosa e dallo sguardo tristemente consapevole, attende che il suo pubblico sia pronto. Che le coscienze e le loro auree siano vibranti. Che le menti siano ricettive. Perché è solo in quel momento che può mostrarsi, donando la sua arte a chi è in grado di riceverla.

La manifestazione Venere in teatro, nella sua edizione 2026, ha portato su palcoscenici inusuali e talvolta multidimensionali, la danza contemporanea in numerose forme e generi. Il lavoro della ballerina Laura Moro però è riuscito ad andare ben oltre al suo essere artista del movimento, aprendo la toccante ricerca effettuata per il suo progetto Ma Machina Mater, ben oltre la dimensione del performativo. Il suo è un vero proprio percorso interiore, sociale, interattivo. Intimo, persino.
Arte visiva, multimedialità, suoni e luci di scena, convivono in un unico contesto multisensoriale negli spazi del C32 del Forte Marghera. Tutte forme ad un unico scopo: quello di avere il coraggio di interrogarsi sulla tematica della maternità. Da quella animale a quella culturale, legata ad antichi popoli, fino al contesto attuale e personale.
“Se io dico madre, quale parola vi viene in mente?”. Laura Moro interagisce con il pubblico, perché la sua ricerca riguarda tutti noi. Grazie a queste parole, ai sapienti giochi di luci, alle musiche originali di Mauro Martinuz e ai video di Giulio Favotto, la danza si fa esistenza. Quelle di Laura Moro non sono sequenze, ma atti di vita e scena, in cui la mater si ritrova a convivere con la sua etichetta fin dall’infanzia: nelle storie per bambini che distruggono sogni e generano stereotipi (talvolta alimentati dalle donne stesse). Affronta le privazioni dell’età matura, derivate da fattori naturali e che socialmente creano disagio. Soffre dell’avanzare dell’età, era della vita in cui tenta di mantenere salda la propria dignità, il proprio essere, la sua vera natura di donna. In questo capolavoro artistico, la Moro adatta anche il cambio d’abito alle fasi della riflessione scenica.

Laura Moro non dà una risposta ai suoi quesiti. Li pone, inviandoli a frequenze profonde verso lo strato più recondito dell’anima, ma non risponde ad essi. Quello è un compito che spetta ad ogni essere umano, al suo sentire e al suo vissuto. Ma ciò che conta è solo comprendere, che al di là di ogni scelta, la cura sarà sempre la soluzione.






