Lo spettacolo dell’attrice Annagaia Marchioro non è semplicemente una narrazione. E nemmeno una visione in chiave teatrale di tutto ciò che il Veneto è e rappresenta. “Fame mia” è l’essenza stessa della nuova commedia dell’arte, come pochi sanno mettere in scena.

Prendi una bambina un po’ paffutella, un maestro di teatro, un uomo appassionato d’arte, una ballerina russa di danza classica, una zia ubriaca, una ragazzina napoletana frivola e fanne un racconto. Nemmeno Fosco Maraini con la poesia metasemantica riuscirebbe nell’impresa. Forse solo Carlo Goldoni in persona.
Le radici dello spettacolo “Fame mia” di Annagaia Marchioro è molto più di un monologo messo in scena. E’ un tripudio di personaggi, vicende che attraversano una vita intera, personaggi tra i più disparati che si intrecciano in un delizioso groviglio di essenza veneta. Anzi, sconvolgente.
Gli aggettivi non bastano per descrivere il copione di un’attrice come la Marchioro che riesce in un impresa ancora più ardua: far convivere maschere realistiche, penetrando dentro luoghi, caratteri, espressività tipicamente venete. Ma, al contrario della commedia dell’arte, lei le incorpora tutte in sé stessa, come dominata da spiriti che entrano ed escono dal suo corpo, dalla voce e dai gesti, quasi come se il personaggio, in fondo, fosse la Marchioro stessa.

“Quasi una biografia” cita il titolo originale, come se attraverso quel monologo ripercorresse la sua infanzia e adolescenza. Ma in realtà non è così.
Fame mia nasce da una libera ispirazione a un romanzo di Amélie Nothomb, da cui eredita l’ironia tagliente e la forza evocativa, ma se ne allontana progressivamente fino a trasformarsi in una storia profondamente italiana: la storia dell’attrice che la porta in scena. Siamo nella Venezia degli anni Ottanta. Il racconto scorre leggero e inarrestabile come l’acqua dei canali, intrecciando italiano e veneziano in un continuo passaggio di voce, espressioni e gesti che definiscono l’identità dei personaggi e dei ricordi che popolano la memoria della protagonista. Attorno alla sua tavola si affaccia un’Italia intera, figure che compongono un mosaico di umanità e appartenenze. E non potrebbe essere altrimenti, in un Paese dove il cibo è lingua comune, memoria condivisa, ossessione quotidiana.

È una storia che attraversa i disturbi alimentari senza mai volerli raccontare in modo didascalico. Si mangia e si smette di mangiare per il desiderio vorace di divorare la vita, per il rifiuto del compromesso e della misura. Al centro non c’è la malattia, ma il bisogno insaziabile di esistere pienamente.
La leggerezza è la chiave d’accesso a questo racconto. Con grazia e una sorprendente capacità di sorridere alle proprie disgrazie, il testo evita ogni enfasi e ogni retorica, affidandosi alla sincerità limpida dei migliori racconti autobiografici. E così, senza mai prendersi troppo sul serio, accompagna lo spettatore verso un lieto fine imperfetto, storto quanto basta per essere vero, ma capace di rassicurare: si può guarire.
Fame mia è una storia di fragilità e riscatto. Un riscatto dolce, umile, luminoso.
Una vicenda personale che riesce a parlare a tutti, osservata attraverso gli occhi di una bambina che cresce e diventa donna. Un inno alla vita che riconsegna alla vita stessa, lasciando chi ascolta un po’ meno solo, un po’ meno spaventato, un po’ più felice.

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