Lei è l’artista del racconto. Arte a tutto tondo, dove nuovi e vecchi elementi dialogano in un tutt’uno tra le mani di Patricia Mearini. E non solo quelli tangibili, perché senza la storia, l’opera non esisterebbe.






L’opera dell’artista toscana Patricia Mearini si colloca in un territorio senza confine. Lo spirito nomade del viaggiatore porta la sua innata wanderlust sempre verso nuove frontiere dell’arte contemporanea e, perché no, della tecnologia. Il suo mondo è come un organismo unico in cui il linguaggio visivo, la scrittura, la materia, la pittura e persino l’AI cessano di essere discipline autonome, per diventare strumenti di un’unica osservazione critica, per interrogarsi sul mondo reale.
Artista e scrittrice, Patricia Mearini costruisce una ricerca multidisciplinare che attraversa installazione, fotografia ed elaborazione d’immagine, facendo della narrazione non un semplice racconto, ma una pratica di scavo nella memoria individuale e collettiva.
Sì, la memoria. Quella ancestrale, talvolta inconscia, che conserviamo nel nostro cassetto con applicato l’adesivo “la mia infanzia“. L’ultimo progetto della Mearini infatti rimanda ad antiche memorie di ciò che le fiabe hanno trasmesso all’inconscio dei bambini. E, anche quì, si interroga.

Is it a fairy tale?. Può essere davvero questo il senso più profondo delle storie che hanno dato l’imprinting ai nostri anni di vita più puri?. Siamo certi di poterne fare affidamento per il resto della nostra vita e per le generazioni a venire?. O è tutta una distorsione dell’industria cinematografica?.
Da autrice di romanzi anticonformistici e di profonda sensibilità verso il sociale come “Tutta colpa di E.T.”, la missione di Patricia Mearini è sempre quella: svelare il subliminale. Le storie, da questo punto di osservazione, appaiono persino inquientanti. “It’s not a fairy tale“, il progetto artistico, sradica tutti i simbolismi, le morali e i costrutti disneyani, tornando ai testi originali e varcando delle soglie borderline che stravolgono tutto ciò che pensavamo di sapere (o di aver colto) da essi.

L’intelligenza artificiale diventa arte proprio grazie alla scrittura: i prompt si scrivono e in questo, la Mearini, è maestra.
Ecco che la fantasia prende una piega inaspettata: muta in distorsione narrativa, dialoga con la parte più oscura del presente e diventa attuale. Perdendo la sua connotazione di fiaba, abbandona il lieto fine per atterrare fragorosamente sul suolo della realtà, con uno sguardo alle condizioni di attuale e internazionale interesse.
La capacità di Patricia Mearini infatti risiede nell’abilità di essere sfacciatamente provocatrice, nel saper trasformare temi sociali, politici ed esistenziali in immagini ad alta densità simbolica, nelle quali la dimensione poetica convive con una tensione costante verso la denuncia. Le sue opere non descrivono il presente: lo attraversano, ne portano alla luce le contraddizioni, i meccanismi di esclusione e le forme di violenza che la società tende a normalizzare o ad idealizzare.

It’s Not a Fairy Tale è progetto composto da otto opere che rappresenta una delle riflessioni più mature e stratificate della sua ricerca recente. Qui l’artista mette in scena una collisione iconografica tanto semplice quanto perturbante: l’universo archetipico della fiaba viene invaso dalla presenza del fungo atomico, emblema assoluto della distruzione contemporanea.
La forza del lavoro risiede proprio nella tensione tra questi due immaginari apparentemente inconciliabili: la fiaba e la distruzione. Il contrasto tra il “per sempre felici e contenti” e la minaccia perenne. Il fungo atomico diventa una presenza infestante, distorge il pensiero come fecero artisti del calibro di Yayoi Kusama e Carsten Höller.
IL PERCORSO ARTISTICO
Questa tensione tra immaginario e realtà attraversa l’intero percorso artistico di Patricia Mearini. Già nella mostra personale Animali addomesticati (Galleria Statuto 13, Milano, 2017), l’artista indagava i dispositivi del controllo e della costruzione identitaria attraverso opere di forte impatto visivo e concettuale. In quel contesto, lavori come Alzheimer evidenziavano la sua capacità di affrontare temi complessi attraverso immagini essenziali e profondamente evocative.
Successivamente, nella collettiva Sfumature femminili (Genova, 2025), opere come Lilith e Saiu hanno ampliato la riflessione sul femminile come spazio di resistenza, alterità e vulnerabilità.
Un ulteriore snodo del suo percorso è rappresentato da Apochrome, progetto nel quale Mearini approfondisce il rapporto tra immagine e sottrazione. Qui il colore, la sua assenza o la sua alterazione, diventano strumenti concettuali ispirati alla pop art, attraverso cui interrogare i processi di cancellazione, di trasformazione e di riscrittura della memoria.
Con la personale Geografia al femminile (Castiglion Fiorentino, 2025), la ricerca dell’artista raggiunge una dimensione ancora più ampia, intrecciando mito, storia e contemporaneità in una cartografia emotiva nella quale il femminile diviene luogo di relazione, memoria e trasmissione culturale.
L’intera opera di Patricia Mearini può essere letta come una pratica di resistenza poetica. Attraverso un linguaggio visivo stratificato, che gioca spesso tra innovazione e recupero creativo di oggetti dimenticati, con il pennello e la fotografia, l’artista restituisce visibilità a ciò che viene marginalizzato, rimosso o silenziato. Le sue immagini abitano la soglia tra bellezza e inquietudine, tra racconto e testimonianza, invitando lo spettatore a confrontarsi con ciò che preferirebbe non vedere, senza paura.






