La giovane artista trevigiana esplora la propria interiorità attraverso la sua arte, una creatività che supera il limite del genere attraverso la libera espressione, liberando il desiderio di una felicità talvolta irraggiungibile.

Il corpo è solo un confine, ciò che conta è il proprio essere, saper conoscere i propri “scheletri nell’armadio”.
Per Eleonora Galvagno l’arte, riprodotta sull’impermanente cartone, diventa perciò un canale fondamentale per poter dar voce a quelle profonde sofferenze di cui non si vorrebbe mai parlare, affogati quasi da costrutti sociali fatti di inutili apparenze totalmente surreali, molto più dell’arte stessa.
Eppure lei le esprime senza averne alcun timore, grazie al potere liberatorio dell’espressione creativa, prendendo le sembianze di coloratissime figure con o senza volto perché in fondo, quell’essere alieno, potremmo essere tutti noi. Volti femminili e talvolta senza genere di color magenta fluo, si staglia in associazione a cromatismi di blu e verde. E’ molto più che un’entità fine a se stessa, ma un essere in cui Eleonora si identifica, attraverso la quale sperimenta con il colore e gli inserimenti materiali che rompono la bidimensionalità dell’opera.

Gli elementi ricorrenti come la gabbia e l’acqua sono fondamentali per comprendere il suo subconscio, come elemento eccessivo e maniacale, prigioni soffocanti di una felicità sofferta. La bipolarità borderline infatti è così. Ciclica come una parabola e perciò riprodotta come linee di costruzione, una scomoda passeggera della propria mente, pronta sempre a tirare i fili dell’emotività.
Ecco che Eleonora Galvagno però trova la chiave della salvezza nell’arte, come quella appesa al collo del suo avatar senza volto, con la speranza che quella gabbia non sia solo un ostacolo, ma che diventi invece in un bozzolo sempre più sicuro da cui poi evolversi in una splendida farfalla.





