Il fotografo leccese Zeno Marco Rizzo può essere descritta in un unico aggettivo: incantevole. L’arte dello scatto nella sua più pura funzione: saper raccontare infinite storie in un apparente semplice gesto, senza mai finire di stupire.

Negli scatti di Zeno Marco Rizzo il tempo non esiste. Anzi, perde di ogni senso logico perché tutto ciò che conta è la memoria. Più importante del presente, più sacra del futuro.
Quando il paesaggio gli scorre davanti agli occhi, Zeno Marco Rizzo non da valore all’inafferrabilità dell’istante, ma trasforma quell’attimo in un palcoscenico. Ogni frammento di vita della sua amata Puglia e di Napoli sono per il fotografo una scenografia in cui ogni elemento può diventare il protagonista di storie senza parole, l’essenza dell’arte della fotografia stessa. La luce racconta il colore, le ombre, le prospettive nell’opera scenica dello scorrere della vita, ma non del tempo. E’ come se la teoria della relatività possedesse un suo filone poetico, in cui lo spazio-tempo si annulla e tutto è sospeso: ogni cosa può essere possibile, ogni storia durare per sempre. Ve la narrerò, come fosse una piccola leggenda zen.
Un bambino passeggiava con suo padre tra le vie di tufo di una storica località della Puglia. Antiche pareti facevano riecheggiare i loro passi e, in lontananza, il costante fruscio delle onde del mare cullava il silenzio. La luce, quell’intensa luce della loro terra anche quel giorno definiva geometrie tra le case, lasciando che l’ombra irregolare dei tetti e le sagome di qualche persona di passaggio incorniciasse la vita di paese. Click!. Il padre si era fermato un momento, all’improvviso, per impressionare per sempre in un fotogramma quell’istante. Il figlio lo guardò sorpreso e perplesso. “Perché scatti una foto papà?” chiese senza indugio. Il padre, dopo aver ruotato la leva di avanzamento della pellicola, lo guardò negli occhi. Il suo sguardo si fece improvvisamente luminoso: “Perché la meraviglia di questo istante non tornerà più. La macchina fotografica è una macchina del tempo, lo sai?. Lo ferma e lo rende infinito”.

Zeno Marco Rizzo ricorda limpidamente quelle passeggiate, i numerosi viaggi, sempre accompagnato da quel piccola scatola magica. Ma il tempo, al di fuori delle fotografie, trascorre troppo veloce per lui, così sfuggente da diventare quasi insopportabile. Oggi vaga solo e qualche volta in compagnia, in quelle ore “tutte sue”, rivedendo i vecchi ricordi sfumati e riflessi nelle vuote piazze in cui è cresciuto, in quei vicoli un tempo così pieni di bambini che giocavano con lui a pallone o di persone sedute a chiacchierare fuori dalla porta di casa, che oggi non ci sono più.
Quando esce a fotografare, Zeno Marco Rizzo ricerca proprio questo: la semplicità di quella vita, le persone care che vengono così rievocate in anziani di passaggio, in un’eterno equilibrio di presenza-assenza, di prospettive e natura, volendosi sentire sempre parte discreta di un ciclo che si ripete, ancora e ancora nella sua memoria. Come il roteare costante di un super santos arancione quando rimbalza nel silenzio.

“Tira la palla!. Ora!“. Click!. Il rumore dello scatto non è lo stesso, la scatola magica si è evoluta e quel bambino non è più lui. E’ così che nel 2007, e poi con l’arrivo del figlio, riprende nel 2017 la serie “Le ginocchia sbucciate“. Attraverso un semplice gesto, quel pallone torna a roteare sulla litoranea leccese sfidando la gravità e giocando con la luce e lo spazio, come accadeva a Napoli, dove il fotografo ritrovava quelle atmosfere che aveva vissuto e che ai giorni d’oggi si possono ritrovare con sempre minor frequenza. Il pallone si trasforma in evocazione, come le persone, le architetture, gli ambienti vibranti di convivialità, quegli anziani colti da lontano con il suo grandangolo mentre passeggiano lentamente, come il nonno che faceva a piedi chilometri su chilometri per andare a lavorare.
Fotografare per Zeno Marco Rizzo è un vero e proprio rito a cui non riesce a rinunciare, da celebrare eternamente, sempre ispirato da grandi maestri come Mimmo Jodice, Luigi Ghirri, Ralph Gibson, Gabriele Crocchi e William Egglestone. I suoi scatti sono in costante ascolto della poetica della luce dei luoghi del cuore, in cui si sente a suo agio come da nessun’altra parte. In quell’assenza di figure umane, i vuoti e silenzi non sono mai inutili istanti, ma veri e propri autoritratti spirituali, narrati dalla sua memoria e da quella di incalcolabili persone passate e future che attraverseranno quello spazio incantato, ignare di poter diventare forse, un giorno, parte di una poesia senza tempo.

