
La mostra ospitata dall’affasciante e storica Torre delle campane di Noale e curata da Margherita Majer, ci fa esplorare un universo fatto di dettagli, attraverso interpretazioni artistiche del Creato finalmente svelate.
Un’esposizione che attraversa i due momenti più delicati della natura: l’alba e il crepuscolo, quando la luce diventa fragile, morbida, rivelatrice.
Le artiste Federica Zanlucchi e Flavia Dal Grande trasformano questi istanti in un microcosmo su carta, dove filamenti, venature, strati e profondità emergono come presenze vive.
L’arte coglie e immortala la natura nelle sue due fasi più importanti, l’est e l’ovest, l’alba e il crepuscolo, la luce e il lento avvolgersi nell’oscurità.
In questi istanti così essenziali (per il Creato), seppur così opposti (nel senso più onirico del significato), la luce è flebile, sensibile e preziosa. I colori non eccedono mai in sgargianti toni definiti, ma vivono di riflessi e sfumature, mettendo in risalto ciò che all’apparenza non è visibile. Le artiste infatti non si accontentano di vedere, ma si avvicinano a tali condizioni per “osservare”, cogliendo aspetti che ad un occhio distratto sfuggono. Su carta, trasferiscono un microcosmo inaspettato: nella reinterpretazione di Flavia Dal Grande emergono filamenti, germogli e venature vitali, resi con cromatismi morbidi e sfumati; mentre il lavoro di Federica Zanlucchi si sviluppa in una dimensione geologica e riflessiva, dove la materia pittorica assume qualità di profondità e una presenza quasi tridimensionale. Con le loro opere le artiste rappresentano elementi naturali che vivono tra gli strati pittorici. I movimenti e le diramazioni del colore evocano uno spazio in continuo divenire, come il levante e il ponente.
Le opere dialogano tra loro come due movimenti opposti e complementari:
- Flavia Dal Grande esplora germogli, trame organiche e cromie soffuse.
- Federica Zanlucchi indaga una dimensione geologica e meditativa, fatta di materia, profondità e stratificazioni.
Un percorso visivo che invita a osservare ciò che spesso sfugge, a entrare in uno spazio in trasformazione continua, come il levante e il ponente.
