Sque, Riff Green, Dodo: i giovani talenti con la musica nel cuore

Tre ragazzi si sono succeduti quest’anno sul palcoscenico di Villa Margherita a Treviso, portando con sé tanta voglia di cantare ed emozionarsi.

Esibirsi davanti ad un pubblico appassionato come quello del Festival Trevisioni 2021 è il sogno che si realizza di qualsiasi musicista, soprattutto se si ha l’energia della musica nelle proprie vene.

Ecco che Sque (Luca Squeglia), Riff Green (Riccardo Canino) e Dodo (Edoardo Fusaro), musicisti dalla personalità molto forte e differente tra loro, sono riusciti a “domare” il palco, con la sola chitarra e la propria voce, diventando così i primi tre grandi protagonisti del Festival.

Ma conosciamoli meglio, attraverso un’intervista esclusiva per 4 Arti in Scena.

Sque nella sua esibizione live

Ciao Luca! partiamo subito tornando indietro con il tempo: quando hai iniziato a fare musica?

L. : La mia passione per la musica è iniziata presto, avevo 9 anni, mi colpiva molto di come scatenasse emozioni sia nell’esecutore che nello spettatore. Ho iniziato perciò a prendere lezioni, prima di chitarra classica e poi di canto moderno. A 12 anni invece sono entrato a far parte del mio primo progetto musicale originale: i “Groove a Nation” in cui suonavo musica di genere reggae. Nel 2017 però la band si sciolse e cominciai ad intraprendere una carriera da solista: ho inciso il mio primo EP nel 2018 e poi vari singoli nel 2021. Attualmente, oltre a comporre, studio canto Jazz al Conservatorio di Musica di Castelfranco Veneto (TV).

Notiamo che sei sempre stato un amante di vari generi musicali, ti è piaciuto sperimentare, ma qual’ è il tuo stile ?

L. : Ho sempre amato la Black Music (non ha caso Stevie Wonder è il mio cantante preferito) e tutto ciò che ci può ruotare attorno come il Soul, il Reggae appunto o l’Hip Hop. Non sono sicuramente uno che si pone limiti di genere.

Dai tuoi gusti musicali che sicuramente richiedono una certa sensibilità, sembra proprio che tu sia a tua volta un compositore molto riflessivo.

L. : E’ vero. Ritengo di essere una di quelle persone che prima di esprimere qualcosa rimugina molto su come meglio dirla. Questo mi porta a soppesare ogni parola dei miei testi che, come capirete, risultano fondamentali nelle canzoni che compongo. Infatti, quando scrivo, butto fuori tutto di getto e poi lascio “sedimentare” per alcuni giorni, per poi riprendere tutto a mente lucida assieme al mio produttore e vedo cosa c’è da sistemare.

Al Festival Trevisioni ti sei esibito con quattro canzoni dal tuo repertorio solistico. Ce ne puoi parlare?

L. : Il primo brano suonato al Festival, I found my way, parla di quando, una volta terminata la mia esperienza con i “Groov A Nation”, stavo quasi per abbandonare la musica; fortunatamente il ricominciare dal suonare per strada in città come Bologna, Milano, Torino, Firenze e Treviso mi ha ridato la voglia di mettermi in gioco. Il secondo brano N’è valsa la pena nacque da un bisogno di scrollarmi di dosso alcuni “scheletri nell’armadio” che mi portavo dietro da un po’; il lutto del primo grande amore finito è stato una brutta bestia da affrontare. Giornata Imperfetta, scritta nel 2021, è figlia della pandemia: chiusi in casa, costretti a non vedere più gli amici, ci sentiamo intrappolati e la voglia di ripartire è molta. Il quarto brano, Carezze, è anch’esso figlio della pandemia. Questo brutto periodo ha tirato fuori il meglio ma soprattutto il peggio di molte persone: è il mio urlo contro c la violenza su le donne. Ed infine Maldive è un inno a non farsi mai sopraffare dalle giornate nere.

“Non è bello ciò che è bello ma è bello ciò che piace”

Sque

Le 4 arti di Sque

RIFF GREEN

Ciao Riccardo! Presentati ai nostri lettori…

R. : Mi chiamo Riccardo Canino e sono nato il 15 dicembre 2000 a Treviso. “Riff green” è un nome d’arte che deriva in parte dalla traduzione del mio colore preferito e un po’ da amici all’epoca delle scuole medie, forse perché suonavo la chitarra. Dall’età di tredici anni infatti ho iniziato a scrivere canzoni accompagnato dalla mia chitarra acustica e da lì non ho più smesso.

Raccontaci un po’ delle tue prime esperienze come musicista e del tuo modo di scrivere…

R. : Sono stato frontman della band JetStream tra il 2017 e il 2018 con cui ho registrato il primo EP (virtual session) e fatto vari concerti alle maggiori manifestazioni trevigiane. Successivamente a questa esperienza e grazie alla conoscenza con il pianista Marco Fiorese, ho cominciato a scrivere brani cantautoriali e con Fiorese abbiamo avviato un progetto in duo chiamato Seagulls che nel 2019 ci ha permesso di fare una serie di concerti nei locali di musica live.

Per quanto riguarda la scrittura, a dire il vero non ho un vero e proprio metodo per le canzoni, a volte nasce tutto da un’idea melodica, più spesso è il testo a dare la forma alla musica. Insomma, credo sia necessario seguire l’ispirazione in qualunque direzione spinga.

Dal tuo concerto si è sentita una forte voglia di creare una sorta di “intimità” con il tuo pubblico…

R. : In realtà con la prima band l’idea era quella di creare canzoni che avessero quell’energia “da palco” tipica delle rockstar e al contempo che fossero musicalmente ricche di colori e armonie. Con la scoperta del folk, del blues, di Bob Dylan e l’influenza di Bruce Springsteen con la sua E-street band, ho imparato a sposare quella che consideravo un’ altra mia passione, ovvero il raccontare storie in forma scritta e con la musica senza rinunciare al sogno del grande pubblico.

E così arriviamo al Festival Trevisioni. Raccontaci cosa hai suonato.

R. : Il primo brano è stato End of the Show, brano folk scritto nel 2021 che parla della mia difficoltà nell’accettare sempre le circostanze della vita, che a volte sembrano più uno spettacolo messo in scena che qualcosa di autentico. Losing Your Trail invece è un brano in stile Beatles scritto nella primavera 2021. La canzone nasce come rifiuto a uniformarsi alla visione del resto della società e seguire i modelli di vita predefiniti che ci vengono imposti. Rolling Stone è un pezzo folk rock scritto nel 2020. Ancora una volta parla del vivere liberi, decidendo per sé le proprie regole, assumendosi i propri rischi e godendo pienamente di ogni singola esperienza. Tidal Wave è anche questo del 2020. Il contenuto è decisamente anticapitalista e denuncia lo sfruttamento sistematico dei territori ad opera delle multinazionali definendo una linea che parte dalla rivoluzione industriale e arriva all’ultima crisi economica. The Pond è rock e l’ho scritto nel 2018. Racconta del sogno di evadere da uno stagno metaforico in cui tutto resta uguale e nonostante le mille promesse di libertà ci si sente imprigionati. Vicious Love, brano rock, l’ho scritto nel 2017 e racconta della declinazione più viziosa e ossessiva dell’amore, quella che nasce solitamente da un privilegio e che si traduce in spinte contrastanti che vanno dall’estrema attrazione al rifiuto.

Riccardo ti ringraziamo davvero per il tuo racconto, così pieno di speranze e passione. Lasciamoci con una citazione.

“Se vuoi davvero farmi credere che le stelle sono qualcos’altro oltre che parole, allora smettila di chiamarle stelle! “

Le 4 arti di Riff Green:

DODO

Edoardo ciao! Ti vediamo emozionato a fare questa intervista. Sei pronto?

E. : Non mi succede spesso di affrontare un’intervista a dir la verità, ma farò del mio meglio. Mi metterò concentrato, sdraiato con in parte la luce arancio della lampada di sale e musica celtica a volume basso nell’impianto a farmi compagnia. Pronto!.

Un’atmosfera da vero artista!. Bene, allora raccontaci di te…

E. : Sono nato il 19 febbraio 1992. Fino all’adolescenza sono stato molto preso dalla pratica sportiva legata all’atletica leggera, ma è stato al liceo che ho iniziato ad appassionarmi alla musica, anche grazie all’influenza di alcuni amici. Da quel momento il rock è diventato il mio pane quotidiano. Ho iniziato come fanno molti, suonando canzoni di altri e scoprendo la voglia di farne di mie, provando in garage con la mia band e, pian piano, riuscendo ad acquistare tutto il necessario per cantare e suonare. Proprio con questo mio primo gruppo con cui ho collaborato sette anni, i Grimnote, ho iniziato a fare i primi concerti, comprendendo solo dopo che per fare musica veramente ci voleva anche una base di formazione.

E come lavori adesso, da solista?

E. : Io sono un cantante diretto, tutto ciò che scrivo non è precostruito, quasi sempre viene di getto, in base alle sensazioni che provo in un determinato momento. Chitarra, voce e assemblaggio, se serve, alla loop station. Mi piace che chi mi ascolta ritrovi una parte di sé e delle sue esperienze in maniera diretta e senza congetture. Per questo non mi piace mettere “etichette” alle canzoni, soprattutto nel definire dei generi. Mi sento un cantante abbastanza poliedrico e questo mi stimola molto. Semplicemente faccio ciò che mi piace e mi diverte.

Quindi il tuo modo di fare e sentire la musica è solo pura energia…

E. : Assolutamente sì. Per me fare il cantante e il musicista non deve per forza l’arrivare ad essere Freddie Mercury, ne a cercare di raggiungere la capacità di scrittura di De Andrè (che nessuno per me raggiungerà mai). Certo, non si finisce mai di imparare, ma quel che è certo è che la musica non è una gara.

Quindi, nella tua profonda convinzione della spontaneità della musica, nemmeno il tuo nome d’arte è costruito?

E. : No, infatti. Dodo è il nomignolo che mi ha sempre attribuito mia madre e i miei amici, perciò non c’è nulla di realizzato a doc: io sono Dodo.

Ti abbiamo sentito al Festival Trevisioni 2021 e saremo curiosi di sapere di più sulle tue canzoni.

E. : Al Festival Trevisioni sono partito con la mia versione di Riptide di Vance Joy. Successivamente ho proposto 4 brani miei. Il primo Arrivare Mai parla della bellezza del viaggio e della necessità di non fermarsi mai, di non arrivare mai, perché una volta arrivati cosa ci resta? Io credo che la vera magia stia nel riuscire a “viaggiare” ogni giorno. Solo Festa invece parla di in una serata d’estate in cui, davanti ad un falò, ragazzi ballano senza preoccuparsi del bicchiere di troppo, tanto poi si
dormirà sotto le stelle. Esci Piano è una canzone d’amore che trasuda dolcezza, ma anche molta tristezza. Il bisogno di stare vicino a lei anche se non ha più bisogno di te… E’ sempre un pochino difficile da cantare, ma credo sia il pezzo che mi parte più dal profondo. Dopo Il Sole è il calmo e ragionato rendersi conto che non abbiamo idea di cosa si cela dietro al cambiamento,
alla crescita, all’invecchiare, al diventare. Ma in fin dei conti qualcosa di buono possiamo comunque farlo succedere. Ho concluso con la mia versione de Il Pescatore di Fabrio De Andrè.

Edoardo, grazie per la tua sincerità, è sempre apprezzata. Lasciamoci con un motto…

E. : Quello che non ci uccide ci fortifica. Potrò sembrare banale ma è così che affronto ogni sfida. Sta a noi decidere se e come affrontare le difficoltà della vita.

Le arti di Dodo:

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