Viene svelata proprio il 13 dicembre 2026 presso il Teatro Villa Belvedere di Mirano, all’interno della rassegna Molecole, l’arte di “Pilotare un Fuoco”. Il lavoro della compagnia Cosmorose (firmato da Irene Curto e Elisa Marangon). Un debutto che trasforma il palco in uno spazio di confine sospeso tra il sogno e la veglia.

Che senso ha, oggi, insorgere ancora? Si può parlare di rivoluzione senza sembrare idealisti?
Sono domande che scavano a fondo, che non ci lasciano scampo in questo tempo reso piatto e soporifero da una scoietà che ci garantisce la sopravvivenza fisica in cambio della rinuncia all’ autentico vivere. Ci hanno insegnato a sopravvivere, ma ci siamo dimenticati cosa significhi abitare davvero il mondo.
A raccogliere questa urgenza, portandola in scena per la prima volta in assoluto il prossimo 13 dicembre 2026 al Teatro Villa Belvedere di Mirano, all’interno della preziosa rassegna Molecole, è “Pilotare un Fuoco”, il nuovo lavoro della compagnia Cosmorose (firmato da Irene Curto e Elisa Marangon).
Il rave meditativo dell’anima
Citando Camus e il suo “Mi rivolto, dunque siamo”, lo spettacolo non cerca risposte facili. Non c’è didascalia politica, c’è piuttosto una presa di coscienza intima ed esistenziale. In scena, la voce e il corpo di Irene Curto diventeranno un’invocazione, un flusso narrativo ritmato che evoca le quattro figure archetipiche di questo viaggio: la fuga, la rabbia, la gioia e la rivoluzione.
Accanto al testo, la materia viva della musica dal vivo di Mauro Martinuz (Anagoor) tesserà una trama sonora che non farà da semplice sfondo, ma agirà come una drammaturgia parallela, fatta di suggestioni elettroniche e atmosfere profonde capaci di scuotere le fondamenta dell’esperienza umana. Sotto un telo trasparente che respira come un polmone, la scena evocherà quel sottile confine tra la realtà e gli echi che ci portiamo dentro.

La guarigione come atto politico
Ciò che colpisce di più nell’impianto di Pilotare un Fuoco è il ribaltamento di prospettiva: la rivoluzione non è un disegno astratto, ma parte dalla cura della propria ferita. Non si può fare politica, intesa nel suo senso più alto e umano, senza passare attraverso la guarigione individuale. E in questo percorso al femminile (nonostante appartenga a tutti i corpi e a tutte le sensibilità ), emergerà una verità radicale: la gioia del singolo è il sentimento più sovversivo che esista.
In un’epoca in cui l’arte e l’attivismo sono costretti a camminare a braccetto, questo spettacolo ci ricorda che non esiste più un’arte “innocente”. La lotta per i diritti umani e la battaglia per la gioia coincidono.
L’appuntamento del 13 dicembre a Molecole si annuncia dunque come un’occasione imperdibile per lasciarci addosso la necessità scomoda e bellissima di svegliarci dal torpore, di riappropriarci del diritto alla vita e di rimettere in circolo quel calore primordiale che sola la poesia – quando si fa carne e voce – sa ancora accendere.

