Dal 6 al 30 agosto 2026 gli splendidi luoghi del Montello sono stati il palcoscenico di sei concerti tra vigne, ville e antiche abbazie, con protagonisti internazionali, giovani talenti al debutto discografico e un ensemble tutto al femminile.

Sul Montello è tornata a vibrare la musica che incanta con Montello è Jazz, la rassegna di Nusica.org con il direttore artistico Alessandro Fedrigo che ogni estate trasforma colline, boschi e borghi in luoghi di ascolto, dove il jazz contemporaneo risuona come un racconto.
A chiudere il festival quest’anno non poteva esserci location e band più significativa. Domenica 30 agosto, alle 18, la cornice storica dell’Abbazia di Sant’Eustachio, a Nervesa della Battaglia, risuona e saluta l’edizione 2026. Un luogo che non è solo scenografia, ma presenza viva: un monastero benedettino documentato fin dal 1062, oggi un corpo di pietra ferito e magnifico, dove le rovine romaniche respirano ancora, come se custodissero un tempo che non vuole scomparire.
Tra quelle arcate spezzate, l’aria si fa più sottile quando arriva l’Indaco Special Quartet — un ensemble tutto al femminile che porta con sé una vibrazione precisa, una qualità emotiva che non si può imitare. A guidarle è la voce profonda di Silvia Donati, cantante bolognese dalla carriera intrecciata a nomi come Jimmy Villotti, Ares Tavolazzi e Gabriele Mirabassi: una voce che non racconta solo melodie, ma storie, ferite, orgoglio.

Accanto a lei, tre musiciste che non accompagnano: dialogano. La pulsazione profonda del basso e contrabbasso elettrico di Camilla Missio. La chitarra e la voce di Francesca Bertazzo Hart disegnano linee sottili, quasi carezze, con la sua chitarra che dagli anni ’50 sfida la calda estate con i suoi suadenti suoni senza tempo. La batteria e le percussioni della giovane Diana Paiva Cruz tengono insieme il respiro del gruppo.
Il loro progetto, D’amore e d’orgoglio, è più di un concerto: è un attraversamento. Ripercorre la vicenda artistica di Billie Holiday e Nina Simone, due donne diversissime per formazione, ma unite da una stessa, incandescente necessità: esistere pienamente in un’epoca che negava loro diritti, voce, spazio. Essere afroamericane, essere artiste, essere libere — quando la libertà era un privilegio concesso a pochi.
Il quartetto restituisce questo percorso con un suono scarno e avvolgente: voce, basso e chitarra che non competono, ma si intrecciano come fili di una stessa trama, della stessa storia. Ogni nota sembra emergere dalle pietre dell’Abbazia, come se Holiday e Simone potessero affacciarsi per un istante tra le rovine, riconoscendo in quelle musiciste la stessa fame di verità.
Un finale di festival che non chiude, ma apre: lascia una domanda sospesa, una vibrazione che continua a camminare dentro chi ascolta.
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