“Geminga”. L’universo, l’uomo, la follia.

Due malati psichiatrici costretti a condividere una stanza, un pasto, ciò che rimane della loro dignità. Lo spettacolo teatrale della compagnia Donkey Flies When Fly Lies andato in scena al Teatro a L’Avogaria di Venezia narra una storia di personalità borderline ma attraverso un linguaggio unico, nascosto, in ognuno di noi.

Un “collasso gravitazionale” del micro cosmo umano.

Questa è Gemiga, da leggersi “gh’è minga”. Cercando nell’etimologia del nome, si scopre essere una stella di neutroni mantenuti insieme dalla forza di gravità, una pulsar, l’ultimo stadio di vita di stelle di grandi dimensioni. Una stella che ormai, apparentemente, non esiste più.

E cosa sono quindi due malati psichiatrici, ai margini della società, affetti da schizofrenia e personalità borderline se non questo?. Stelle ormai prive di materia, universi umani che per la società sono inesistenti, eppure così pieni di energia vitale.

Il drammaturgo Samuel Krapp (Fabio Manniti) e l’attrice Ilaria Weiss mettono in scena al Teatro a L’Avogaria di Venezia uno spettacolo scritto quasi tredici anni fa dallo stesso Krapp, che vuole fondere il teatro fisico e quello di prosa, il linguaggio perfetto, l’espressione del “teatro totale”. Una sintassi artistica estremamente idonea per affrontare una tematica tanto delicata, quanto “esplosiva”. La loro è un’urgenza, una necessità. In primis derivata dalla loro personale formazione (laurea in fisica per Manniti e specializzazione in psicologia per la Weiss), ma soprattutto per la voglia di raccontare una storia fatta di “anfratti”, di persone dimenticate, senza soffermarsi eccessivamente sul quadro psichiatrico dei due protagonisti.

Da quì nasce Gemiga o, per meglio dire, da quì “implode”. Una storia d’amore tormentata tra due anime dimenticate dal mondo che però, per quanto diverse, rimarranno sempre connesse una all’altra.

Costretti a condividere tutto. Una stanza, un letto, un pasto, una sedia, un ritaglio di esistenza all’interno di una clinica psichiatrica. Come fossero nello “sgabuzzino” del mondo, in un luogo in cui ormai non hanno più la concezione del tempo. Ma all’improvviso Lei (Ilaria Weiss) scopre che il suo coinquilino, un uomo cinico e colto, ha tentato di suicidarsi. Questo porta i due protagonisti ad uno scontro sempre più acceso tra personalità differenti e opposte, per quanto malate, che cozzano continuamente in una danza verbale e fisica, tra la frivolezza di Lei e la forte razionalità di Lui (Fabio Manniti). Litigano e si amano, si respingono e si avvicinano, talvolta come fossero bambini. E proprio come questi ultimi iniziano a giocare, ma con la malizia dei “grandi” e con regole sempre più pericolose. Tentano di scappare dalla clinica, arrampicandosi sul tetto; giocano con le maschere, soffermandosi a riflettere sull’origine dell’universo (per Lei inventato dai cinesi), fino a rendere l’idea stessa del suicidio una terribile e macabra ipotesi goliardica.

Geminga mette in scena due facce di un differente universo interiore. Ma mette in mostra anche la miseria umana, liberandola dal conformismo, quell’elemento che talvolta spinge la società ad allontanare le persone, etichettandole, definendole banalmente pazze.

Ecco perché Fabio Manniti e Ilaria Weiss, nell’intervista rilasciata a questo blog, spiegano in che maniera la tematica dovrebbe toccare ognuno di noi da vicino.

“Da una parte c’è l’estremo razionalismo quasi privo di sentimento, dall’altra l’impulso emotivo e la
meraviglia clownesca di fronte alla vita, ma in entrambi, vi è la necessità della presenza dell’altro per paura
dell’abbandono. Il dramma del personaggio altro non vuol essere che un’iperbole della condizione di
ciascuno di noi.
Ed è questo che ci spinge ad affezionarci alle loro storie infelici, dal tentato suicidio di lui all’ossessiva ricerca di un amore nocivo per lei, tralasciando il giudizio severo di chi nella vita non si è mai
sentito perduto, abbracciando invece la natura umana con umorismo e tenerezza”.

Il malato psichiatrico esalta così la miseria umana dell’individuo. Con estrema lucidità e con qualche eccesso caricaturale, è in grado di mostrare il lato più oscuro e vile della società, attraverso il “filtro del non filtro”, privo dei freni inibitori del nostro subconscio, citando Freud.

“Esistono gli oppressi, esiste la bellezza

e per quanto possibile

vorrei rimanere fedele ad entrambi”

Albert Camus

LA COMPAGNIA TEATRALE

Donkey Flies è una compagnia fondata dagli stessi Ilaria Weiss e Fabio Manniti. La collaborazione tra i due attori nasce presso l’Atelier Teatro Fisico di Philip Radice, una realtà teatrale della periferia di Torino. Come in un laboratorio artistico, l’attore studia il potenziale del corpo in scena per trovare la propria verità sul palco.

” È qui che ci siamo conosciuti, prima come aspiranti professionisti e solo dopo tempo, come amici. L’idea di lavorare insieme è nata poco per volta, forse intimoriti dalla diversità stilistica e di percorsi, ma l’esigenza di fare del teatro autentico, viscerale, senza troppi ornamenti, ci ha fatto credere fortemente nel bisogno di un progetto comune. Il risultato è un connubio di stili, una fusione tra parola e danza, dramma e comicità nella quale nessuno dei due ha voluto abbandonare la propria nicchia di sicurezza, ma ha invitato l’altro a farne parte“. (Fabio Manniti – Samuel Krapp)

L’intervista esclusiva rilasciata a 4 arti in scena esplora nel profondo la personalità dei due artisti e del loro spettacolo.

Credits foto: Margherita Majer

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